martedì 10 giugno 2014

Frammento del primo capitolo di "I tredici giorni".

 Il pubblico acclamava il mio nome. Sentivo le loro voci infrangersi sulla porta del mio camerino, come onde sulla scogliera.
I riflettori si spensero e le tende del sipario calarono come due palpebre stanche.
Mi sedetti sul pouf orlato di organza rosa e mi guardai allo specchio. Le piccole lampadine che lo incorniciavano si rinfrangevano nei miei occhi, facendoli apparire come due gemme brillati, appena rinvenute dalla roccia secca. Erano d’un verde raggiante, più di quanto non lo fossero lontani dalla luce.
Ma sotto i riflettori e i lustrini, ci ero nata.
Avevo sempre sognato di fare l’attrice, quando finalmente il fato mi concesse l’occasione giusta. E da allora a New Orleans non si fece che parlare di me. Dieci anni. Dieci lunghi anni a lavorare incessantemente e attendere il mio momento, bussando alle porte, tanto da non sentire più le nocche. E infine ci riuscii.
La Venere di Vetro, mi chiamavo, per via del mio aspetto diafano e delicato. All’epoca le donne andavano di moda così, snelle e longilinee. Sembravamo tutte libellule. Erano gli anni ’30 e le curve prorompenti, dovettero attendere qualche altro anno, prima di esplodere dai corsetti.
Mi alzai e spensi il piccolo lucernario in stile liberty che rimandava spicchi di bagliori multicolore.
Rimasi nella penombra, attirata dalle luci dello specchio, come una piccola falena.
Accesi una candela alla lavanda. L’odore speziato e dolce della cera si diffuse nell’ambiente, penetrando nella mia mente come fosse una spugna.
Mia madre.
Pensai a lei e ai suoi viaggi in Francia. In Provenza, per l’esattezza. 
Mi portava spesso sacchetti di seta al cui interno giacevano piccole foglioline di lavanda essiccate, pronte a svegliarsi e solleticare i sensi.
Lei era francese e per un curioso scherzo del destino, conobbe in un ristorante della Tour Eiffel, mio padre; americano fino all’osso.